Mosca: la nuova rivoluzione

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Luzhkov e Putin 

di Edoardo Rovida 

Se Gogol nei suoi racconti aveva intuito in maniera sorprendente l’orizzonte verso cui la Russia si stava dirigendo a passo spedito, è invece probabile che per Mosca, che di quella Russia ottocentesca non era più nemmeno la capitale, neanche lo studioso più lungimirante avrebbe potuto azzardare un futuro così radioso.

Il panorama della città è infatti un trionfo di grattacieli, nuove frontiere del lusso e della tecnologia, di manifestazioni culturali e mondane cui presenzia spesso il jet-set dello star system internazionale, nonché di cantieri che promettono edifici ancora più sorprendenti di quelli appena inaugurati: eventi che di fatto conducono Mosca a confrontarsi e rivaleggiare direttamente con le più grandi e importanti città americane.

Benché negli ultimi tempi l’opinione pubblica generalista non si soffermi più di tanto a valutare i processi evolutivi delle grandi città mondiali, considerandoli spesso ed erroneamente come il naturale progredire delle tecnologie e delle arti umane, per Mosca l’origine di tale processo è invece riconducibile a due eventi precisi: le elezioni politiche che videro nel 1992 Yuri Luzhkov trionfare come nuovo sindaco di Mosca e la nomina, nel 1999, di Vladimir Putin a primo ministro della Russia.

Luzhkov, da tempo interessato a rinnovare il volto della sua città natale, non trovò mai in Boris Eltsin un complice adatto per avviare una cooperazione fruttuosa in tal senso e, infatti, sarà solo a sette anni dalla sua elezione a sindaco che, con il nuovo primo ministro, il progetto rivoluzionario per una nuova Mosca potrà ufficialmente vedere la luce.

Il presente moscovita è infatti lo specchio e il risultato dell’ultima grande rivoluzione russa, che ha sconvolto gli equilibri di una nazione che, fino a poco tempo fa, tutto avrebbe desiderato tranne che vedersi omologata allo storico nemico d’oltreoceano.

Se gli anziani oligarchi del regime desideravano un popolo fieramente russo e orgoglioso dei propri simboli e valori, dalla caduta del comunismo nell’ormai lontano 1991, serpeggia sempre più tra il popolo la dichiarata volontà di accostarsi a un modello invece occidentale, che persegua i dettami del capitalismo e consenta finalmente alla Russia di liberarsi di ogni pregiudizio o preconcetto che le si attribuisce.

Dopo la Rivoluzione d’Ottobre dunque, la Russia è pronta a cambiare ancora il suo volto, per presentarsi agli occhi del mondo sotto una veste completamente nuova e brillante, ed è ancora una volta all’architettura che questo cambiamento viene affidato.

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Se nei primi anni dopo il 1917 il reticolo cittadino si popolò di club operai, di abitazioni comuni e di centri di aggregazione sociale per testimoniare e cementare la presenza dei nuovi valori comunisti, oggi sono i più famosi architetti europei o americani, tra cui Norman Foster e Zaha Hadid, che vengono insigniti del compito di portare in Russia quei simboli e quelle istituzioni sociali che sono tipiche dell’Occidente ricco ed evoluto.

Il progetto per una nuova Mosca, approntato dall’amministrazione centrale già nel 1992, pochi mesi dopo l’elezione del nuovo sindaco, stentò a decollare, come detto, fino all’elezione di Putin, e non è un caso che ad appena un anno di distanza, nel 2000, venne inaugurata la Torre 2000, prima di una miriade di torri ed edifici che prenderanno a sorgere di li a pochi anni in ogni parte della capitale.

In breve tempo infatti, la rinvigorita amministrazione cittadina, in collaborazione col nuovo e finalmente consenziente mandatario del potere centrale, cominciò a presentare bandi di concorso a inviti, da recapitarsi agli uffici di alcune tra le più grandi e famose Archistar, cui veniva proposto di dar libero sfogo a fantasia e intraprendenza per creare oggetti architettonici dai profili rivoluzionari.

Nascono così, per citare qualche esempio, l’Expocenter di Zaha Hadid, il ristorante Bon di Philippe Starck e la Federation Tower, dello studio tedesco NPS Tchoban Voss, che al completamento verrà additata, con i suoi 506 metri, come la torre più alta d’Europa, benché questo titolo, qualora le scadenze venissero rispettate, le spetterà per appena pochi anni, ovvero finché non verrà inaugurata la Russia Tower, opera mastodontica dell’inglese Norman Foster nonché gioiello più brillante e prezioso dell’intero business center, la quale si appresta a toccare quota 650 metri, reclamando quindi a gran voce il titolo di regina incontrastata del nuovo orizzonte moscovita.

Ecco dunque spiegati gli altissimi grattacieli dotati delle più moderne soluzioni tecniche, che se da un lato non trovano alcun riscontro con la storia edilizia e architettonica sviluppatasi sulle sponde della Moscova, dall’altro sono il simbolo più evidente del grande sforzo compiuto da questa nazione per riportarsi, anche dal punto di vista dell’immagine, al pari delle grandi potenze mondiali.

Un tale cambiamento comunque, soprattutto per una città così ricca di storia come Mosca, non è certamente stato indolore.

Queste nuove costruzioni, oltre a necessitare di una disponibilità di fondi pressoché illimitata richiedono, per poter funzionare adeguatamente, una enorme quantità di spazio, ed è proprio su questo aspetto che si intravede il rovescio della medaglia di questa particolare partita: Mosca è infatti la città dove negli ultimi anni sono state demolite le maggiori quantità di preesistenze storiche; si tratti di chiese, palazzi, templi, alberghi o pregevoli esempi di architettura industriale, la cittadinanza moscovita è stata privata di alcuni tra i più amati e importanti punti di riferimento che la storia le aveva donato, per far appunto posto alle nuove “cattedrali” della tecnologia e del lusso che, in logica di profitti, risultano essere molto più redditizie delle semplici eppur pregevoli eredità storiche.

L’hotel Rossija, l’hotel Moskva, la fabbrica Ottobre Rosso, che per decenni hanno caratterizzato e identificato la storia e la caratura stilistica di una nazione, sono dunque stati abbattuti, e di altri invece, come accaduto al prestigioso hotel Ukraina, punta di diamante dell’architettura staliniana, sono stati completamente stravolti gli interni, per un danno all’architettura e alla storia di proporzioni incalcolabili.

Un tale scempio non ha, come prevedibile, lasciato indifferenti le autorità europee in materia di salvaguardia e, seppure in minima parte, la progressiva e continuata rimozione del patrimonio edilizio di Mosca è stata arginata. 

Tuttavia, come avvertono e ammoniscono gruppi indipendenti di esperti e appassionati, sorti proprio a Mosca negli ultimi anni, se l’assalto alle opere più importanti e famose è stato temporaneamente fermato, quello che mira invece a fare piazza pulita di tutte le opere minori, di altrettanto pregio e valore storico che però, per diversi fattori, sono meno conosciute al grande pubblico, seguita inarrestato nei suoi intenti.

La nuova rivoluzione, finora affrontata dall’unico punto di vista di ciò che è tangibile e visibile, è tuttavia radicata in profondità soprattutto nel sentire comune del popolo russo, ovvero nell’avvertire quell’inadeguatezza tipica di chi è conscio che il proprio ruolo nel mondo sta cambiando, e che le certezze, radicate nell’animo fino a pochi giorni prima, sono state improvvisamente sradicate con violenza da eventi e forze che sono per il singolo troppo grandi.

A Mosca e in Russia è infatti il momento dell’incertezza e della paura, della consapevolezza che qualcuno sta cambiando il modo in cui il cittadino dovrebbe pensare, dovrebbe agire e persino il modo in cui dovrebbe essere.

Il fervore occidentale rappresenta per i russi un treno a cui aggrapparsi anche solo con un dito, per evitare di diventare parte di quella “dark side of the moon” che il potere centrale russo è sempre stato abile ad occultare.

La nuova Mosca è proprio questo: una dualità di immagini e di volti, di elementi, alcuni selezionati per essere presentati al mondo come una sorta di cartolina, colorata e ammiccante, altri invece mandati severamente “dietro la lavagna” per essere nascosti in quanto non rappresentativi di ciò che la Russia vuol mostrare.

Allo stesso modo i cittadini, privati per lungo tempo della loro privacy e quasi consci del momento che la Russia sta attraversando, tendono a passare sempre più tempo nei loro nuovi condomini-bunker senza finestre verso le strade e sempre più omologati l’uno all’altro, per potersi mimetizzare meglio nel sottobosco culturale e gerarchico moscovita ed evitare quanto più possibile il contatto con l’estraneo o con il diverso.

Si è infatti perso per le strade e tra le persone il piacere di stare insieme e di condividere tempo o esperienze: la strada è divenuta solamente una ragnatela di percorsi obbligati, ovvero unicamente il mezzo per muoversi da un posto all’altro, e chi si attarda a fare conversazione o frequenta luoghi deputati alla pubblica condivisione come mercati, parchi o passeggiate, viene bollato con l’identificativo dispregiativo di “turista”.

Infatti il nuovo cittadino moscovita, quello alla moda, quello che incarna compiutamente il nuovo modello russo-occidentale, frequenta i templi del lusso e del benessere che trovano posto nei nuovi grattacieli del centro città, acquista le prestigiose firme italiane e frequenta i locali più costosi: il modello vincente nella Russia contemporanea è questo, e chi non vuole o non può permettersi questo stile di vita viene inesorabilmente relegato dietro la famosa “lavagna” in quanto indegno o non adatto a rappresentare la nuova identità russa.


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