Il Vitello d’Oro


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Nicolas Poussin, L’adorazione del vitello doro (1633-37)

Il vitello d’oro

[da Fernando Palazzi, La città, impressioni e fantasie, Editoriale Ultra, Milano 1946, pp. 86-98]

«Eravamo arrivati, così parlando, al centro della città [Milano, ndr], dove tutte le botteghe, tutti i negozi – le cartolerie, le drogherie, i barbieri, le farmacie, gli spacci dei sali e tabacchi – sono parimenti lindi, lustri, sfarzosi come salotti, come padiglioni da esposizione, e la bottega dell’ortolano non sfigura affatto vicino a quella dell’orefice, anzi forse la mostra delle sue saporose e ben agghindate primizie, gemme vive della natura, vince in festosità e in franchezza di colori le bacheche dei rubini, delle ametiste, degli smeraldi, che sembrano smorti al confronto. Quali gemme possono competere infatti col giallo cromo dei peperoni o dei pompelmi, col rosso scarlatto dei pomodori inverosimili, col verde tenero dei piselli madornali? I negozi dei salumieri, che nei rioni periferici appestano i viandanti coi loro afrori forti, penetranti, fastidiosi, grevi, talora persino nauseabondi, qui non mandano altro che effluvi tenui, delicati, aromatici, che fanno cortesemente pregustare intanto alle nari le delizie più sostanziose riservate più tardi al palato. E la bottega del profumiere lì accanto ha tutto da perdere al confronto. Può darsi il caso, piuttosto, che il garbo, la grazia, l’arte sapiente con cui qui sono presentate certe merci, abituati come siamo a vederle nel loro aspetto familiare e negletto, possano farcele sembrare affettate, leziose; possano darci l’impressione che i polli arrosto nella rosticceria o il pane nelle vetrine dei fornai siano di cartone verniciato o di celluloide, come quelli che usano i comici nei pranzi da burla sui palcoscenici dei teatri.

Qui tutto del resto è adeguato alla magnificenza, al decoro e alla civetteria dei negozi. Il lavoro umano vi assume forme infinitamente meno  penose e più gentili che altrove: non ci sono falegnami, ciabattini, fabbroferrai, ma solo parrucchieri per signora, ricamatrici, camiciaie, manicure. I passanti sono frettolosi, ma con cortesia, chiassosi, ma con tutti i riguardi di persone ben educate. Vigili di lusso (forse reclutati finalmente tra i professori di belle lettere, ) disciplinano il transito di automobili di lusso. Siamo in un mondo da cui sono escluse la povertà, la sofferenza, la zoticheria, la grettezza. Se per via passa un malato, potete giurare che si tratta di un malato di eccezione, curato del resto da un clinico illustre. Se passa un litigante, si tratta di un litigante di gran classe, patrocinato a ogni modo da un avvocato principe. Se qualche rozzo fattore, se qualche mercante di granaglie, se qualche formaggiaio sono penetrati, non si sa come, tra questa folla di signori, la folla subito li riassorbe in sé, li assimila, li trasforma; e con rapido mimetismo istintivo, il fattore non si soffia più il naso con le mani, il mercante di granaglie non sputa più in terra, il formaggiaio diventa urbano, ben costumato, compito, da farvi pensare che tutti costoro siano gentiluomini travestiti a quel modo per uno spettacolo di opera in musica di ambiente rusticano, forse la Sonnambula o la Linda di Chamonix. C’è infatti qualcosa di fatticcio, di teatrale, in quest’atmosfera per bene, come se da un momento all’altro potesse succedere un cambiamento di scenari, di quinte, di costumi.

Cicogna invece attribuiva ogni cosa alla sua idea fissa di un mago che si dissimula.

– Ora ti condurrò – disse – dove il teurgo esplica con più enfasi la sua potenza demoniaca nel Tempio.

E siccome colse nel mio viso un lampo di stupore, si spiegò più chiaramente:

– Il Tempio. Ho detto proprio il Tempio. Perché tu credi ingenuamente che la religione dominante in questa città sia il cristianesimo, e ti aspettavi che io dicessi «chiesa». Se prescindi infatti da qualche migliaio di ebrei che professano la religione mosaica e sono del resto i pionieri del cristianesimo anche loro, se prescindi da qualche decina di mussulmani, buddisti, scintoisti (quasi tutti addetti ai consolati della Turchia, della Persia, della Cina e del Giappone) il grosso della popolazione pretende, almeno a parole, di seguire la dottrina di Cristo, e poco importa ai nostri fini se come cattolici, protestanti, ortodossi o copti, che sono tutti ugualmente cristiani. Ma la verità è purtroppo un’altra. Sotto la parvenza, assolutamente superficiale, del cristianesimo, la grande maggioranza della popolazione professa una religione non confessata e inconfessabile, segreta come i Misteri Orfici, la religione del Vitello d’Oro. Per confondere le idee, per dissimulare il vero, gli adepti hanno inventato tutto un linguaggio figurato di termini convenzionali, parlando di depositi, di interessi, di sconti, di cambiali, di affari. Tuttavia, per quanto abili a recitar la commedia, non riescono a camuffare la realtà al punto che qualche cosa non ne trapeli, e chi ha un po’ di penetrazione finisce per scoprire la verità. Ecco, noi entriamo ora nel loro Tempio, in una delle grandi basiliche che, nel loro linguaggio, chiamano Banche. Dimmi sinceramente che cosa te ne pare.

A me pareva di essere proprio in una chiesa, a parte la forma di croce che qui non era più il caso di conservare, poi che la croce è il segno angusto di Cristo, mentre la religione del Vitello d’Oro – se di religione si tratta – non potrebbe essere altro che la religione dell’Anticristo, la religione di Satana, nemica perciò della croce.

Anche qui, passato il vestibolo, voglio dire il pronao, un salone vasto come una navata, sostenuto da colonne, con un transetto che separava il pubblico dagli officianti. Anche qui, come entrando in chiesa, ti veniva spontaneo, istintivo, il gesto di toglierti il cappello, di camminare piano piano, quasi in punta di piedi, di parlare a voce sommessa. C’era infatti in quella sala una discreta penombra, e vi pioveva dall’alto, da una cupola a vetri smerigliati e colorati, come piove dalle vetrate dipinte di una cattedrale gotica, una luce scialba che invitava alla meditazione, al raccoglimento. Non si poteva dire certo che vi fosse silenzio, ma il parlottare a bassa voce, giungeva ai miei orecchi fioco, ovattato, come il pissipissi a fior di labbra di chi recita una preghiera. E se mancava il suono dell’organo o dell’armonio, c’era in compenso il ticchettio armonioso delle macchine da scrivere e delle calcolatrici, una specie di armonio in sordina. Che più? Una scalinata si sprofondava nell’oscurità di una cripta, per custodia indubbiamente di qualche preziosa reliquia, come nelle cattedrali cattoliche. La somiglianza era così assoluta e perfetta da assumere il significato di una parodia, da disgustare come una profanazione.

– Vedi? – riprese Cicogna. – I fedeli si affollavano davanti a quelle grate come davanti a un confessionale. Essi confessano appunto i loro peccati, nel gergo di questa religione si chiamano «debiti» e per espiarli bisogna estinguerli. Quando hai pagato sino all’ultimo centesimo, l’assoluzione è certa. E le virtù, che qui si chiamano «crediti» – a differenza delle altre religioni che ne rinviano la premiazione dell’Al di là – vengono premiate immediatamente, forse perché questa religione, essenzialmente materialistica, non crede all’Al di là. Forse proprio per questa immediatezza della ricompensa, la religione del Vitello d’Oro ha un numero stragrande di seguaci. La ricompensa di riscuote  all’altare che si chiama «cassa», laggiù: il ciborio, che è rappresentato dalla cassaforte, racchiude le banconote, la carta moneta, i dischetti di metallo, insomma le specie eucaristiche sotto le quali il dio Oro viene dato in comunione ai fedeli che lo meritano. Guarda con quanta trepidazione, con quanta compunzione devota i fedeli le ricevono e con quanta untuosità rituale le impartiscono i sacerdoti. Bisogna convenire però che questi sacerdoti in giacchetta, senza piviali, senza pianete, senza neanche uno straccetto di cotta, hanno tuttavia un senso altissimo della dignità sacerdotale di cui sono investiti. Sono così ieratici, così orgoglioso del loro carattere sacramentale che, guardando le loro facce sacrosante, non ti viene fatto di pensare che essi possono avere una moglie, magari adultera, dei figli, magari scavezzacolli. In loro la solennità è un succedaneo del celibato. Ma intanto non vi sono sacerdoti più intolleranti e più intrattabili di questi. Ogni tuo atto viene vagliato rigorosamente da cento occhi inesorabili, da tutta una gerarchia spietata che sale su su, sino a un facsimile di concistoro che si chiama Consiglio di amministrazione, sino a un facsimile di pontefice che si chiama Presidente. Chi può sapere quali misteri orgiastici, quali liturgie crudeli si celebrino nei sinedri clandestini di lassù? Il Vitello d’Oro nessuno lo ha visto, ma i terribili effetti delle sue arti infernali sono visibili, palpabili, nel mondo asservito alle sue leggi sacrileghe. E se tu non ti conformi al catechismo dommatico dell’alta finanza, sei un reprobo, un eretico. Se non credi all’onnipotenza dell’Oro, sei ateo. Ma guai, poi, guai a te se sei povero, che è il più grave peccato mortale: sarai scomunicato, sconsacrato, escluso per sempre dai benefici della vita; non c’è misericordia, non c’è scampo, non c’è possibilità di redenzione per te. Sei perduto. […]


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Fernando Palazzi

Nato nel 1884 ad Arcevia (AN) fu redattore-capo e critico letterario de “L’Italia che scrive” (1917-1923), collaborando anche con “Il Corriere della sera” (1931-1935 e 1946-1947) e “La Fiera Letteraria” (1925-1926). La sua opera spaziò in più campi letterari: fu autore di romanzi e novelle (La storia amorosa di Rosetta e del Cavaliere Nérac, Treves 1931; Donne e fiori in vetrina, Ceschina 1956), traduttore di opere di Heine, Molière, Balzac e di numerosi testi per le scuole medie e superiori, molti dei quali realizzati per la casa editrice Mondadori, con cui iniziò a collaborare a partire dal 1925. Dal 1931 diresse con Vincenzo Errante la collana “La Scala d’Oro” e dal 1939 l’enciclopedia illustrata “Il Tesoro” per l’editore Utet. Tra le sue opere di compilazione va ricordato Il libro dei mille savi, una raccolta di “massime, pensieri, aforismi, paradossi di tutti i tempi e di tutti i paesi” (Hoepli, 1927), ma è soprattutto il Novissimo Dizionario della lingua italiana (Ceschina, 1939-1957), più volte ristampato anche nella successiva edizione ridotta (Il Piccolo Palazzi), la sua opera più nota. Morì a Milano nel 1962.