di Eugenio Lux
La domanda che viene da porsi è tanto semplice quanto brutale: che traccia lascia questa Biennale di Architettura nella “memoria disciplinare”?
Dal punto di vista quantitativo, l’edizione 2025 è tra le più ambiziose di sempre: oltre 300 progetti, più di 750 partecipanti, un Arsenale occupato quasi integralmente e un capillare sistema di eventi collaterali diffuso in tutta la città. L’assenza del Padiglione Centrale dei Giardini – chiuso per lavori – sposta il baricentro verso la “macchina” dell’Arsenale: corridoi infiniti, sale tematiche, dispositivi interattivi, esperimenti robotici, serre, prototipi e biosfere compongono un dispositivo spettacolare che enfatizza e radicalizza una cesura, già evidente nelle scorse edizioni, tra i due poli espositivi della manifestazione.
Purtroppo, però il problema è non (solo) quantitativo, ma anche e soprattutto concettuale. La scelta di un titolo in latino – “intelligens”, unico per italiano e inglese – è stata presentata dal curatore Carlo Ratti come un modo per unire l’idea contemporanea di intelligenza al suffisso gens, il popolo, la collettività. L’obiettivo dichiarato è esplorare un’“intelligenza collettiva” capace di includere umano e non-umano. Ratti insiste sull’“ottimismo operativo” e sulla Biennale come “catena di reazioni” tra contributi diversi, più che come tesi unitaria. Tutto ciò è politicamente seducente ma teoricamente scivoloso; il rischio è che l’intelligenza diventi una parola-contenitore – esponendoci a una sazietà semantica – in cui entra tutto (e il contrario di tutto): il sensore analogico e l’algoritmo predittivo, la comunità indigena e la multinazionale green-tech, l’attivismo climatico e il greenwashing aziendale.
La vaghezza del tema si riflette inevitabilmente nella vaghezza dei progetti che restano spesso al livello di narrazioni di possibilità più che di architetture in grado di prendere una posizione. La sproporzione tra l’enfasi di alcune parole chiave – ripetute come un mantra – e la modestia di molte installazioni consolida la sensazione di “messaggi effimeri” che scoloriscono rapidamente. L’intelligenza – naturale, artificiale, collettiva – diventa un camouflage dietro cui l’architettura si dissolve. La Biennale, invece di mettere in crisi questa sparizione dal dibattito, tende ancora una volta a normalizzarla: rumorosa è la carenza di edifici e l’assenza di disegni – piante, prospetti, sezioni e assonometrie – e, con esse, la quasi totale mancanza di un discorso de architectura.
Per cogliere fino in fondo la portata di questo problema può essere utile tornare a Manfredo Tafuri. Nel primo capitolo di Teorie e storia dell’architettura (Laterza, 1968) – “L’architettura moderna e l’eclissi della storia” – Tafuri ricostruisce una lunga genealogia in cui la coscienza storica dell’architettura moderna è letta come progressivo distacco dei valori architettonici dalle condizioni reali cui pretendono di riferirsi. Più avanti, Tafuri parla dell’architettura come “oggetto trascurabile” e della “crisi dell’attenzione critica”: quando la disciplina perde il proprio statuto, diventa sfondo decorativo di processi che si decidono altrove – sempre più nell’economia e sempre meno nella politica – come osserva Marco Biraghi nel suo recente libro Quel che resta dell’architettura. Un progetto storico (Einaudi, 2025).
Se guardiamo alla Biennale 2025 con queste lenti, colpisce proprio ciò che manca, ovvero la dimensione politica dell’architettura di fronte a un tema tanto complesso. L’adattamento al cambiamento climatico viene assunto come orizzonte inevitabile; la transizione ecologica come scenario comune di tutti i contributi; l’intelligenza artificiale come forza da cui non si può prescindere. Ma il conflitto – sulle forme della città, sulla proprietà della terra, sulle filiere produttive, sul lavoro dei progettisti – resta quasi sempre sottotraccia, delegato a qualche installazione più “militante” (pochi padiglioni che affrontano direttamente temi quali guerra, estrattivismo e migrazioni). Parafrasando Tafuri, si potrebbe dire che non siamo più soltanto di fronte a un’“eclissi della storia” – dato ormai storicamente accertato – ma a una progressiva eclissi dell’architettura, o meglio a un’incapacità strutturale di generare un dibattito interno alla disciplina, non tanto perché manchino “oggetti” architettonici esposti – comunque assenti – quanto piuttosto perché difetta la volontà di leggerli come ideologie concrete, come condensazioni materiali di rapporti sociali. L’architettura si riduce così a medium neutro, semplice supporto che ospita “intelligenze” altrui senza mai mettere in questione i rapporti di forza tra di esse.
Per i media generalisti l’evento nel suo complesso funziona: tratta di intelligenza artificiale, clima, futuro del pianeta, mostra robot, piante intelligenti, città galleggianti, ecc. Per chi invece pratica l’architettura – progettisti e studenti, storici e critici – la Biennale offre sempre meno strumenti concettuali, forme, figure con cui misurarsi nel tempo. Ci si aggira tra spazi saturi di dispositivi come a una mostra di arte contemporanea di cui si ignora il significato, si raccolgono suggestioni – e magari anche qualche dettaglio utile – ma raramente si esce con un’idea consolidata che sappia sopravvivere alla giornata. La Biennale rischia così di diventare un rituale periodico di auto-legittimazione dello status quo: un grande festival, una fiera, che rassicura il sistema – istituzioni, studi globali, accademia – sul fatto che l’architettura “sta facendo la sua parte” di fronte alle crisi del mondo, senza mettere veramente in discussione le logiche che hanno prodotto quelle crisi.
Che traccia lascia questa Biennale di Architettura nella “memoria disciplinare”, dunque? Restano sporadici episodi felici, ma resta soprattutto la sensazione che il formato stesso della manifestazione sia ormai sempre più in crisi: troppo esteso per essere critico, troppo spettacolare per discutere l’innovazione, troppo legato a sponsor per affrontare le contraddizioni in essere. Forse, per ritrovare una “memoria disciplinare”, la Biennale dovrebbe imparare a mutare, guardando introspettivamente al significato di fare architettura oggi. In questo senso la recente nomina dei curatori della prossima edizione, Wang Shu e Lu Wenyu – fondatori di Amateur Architecture Studio – noti per un lavoro radicato nella memoria dei luoghi, nel riuso dei materiali e in una critica esplicita a una “globalizzazione” dell’architettura, lascia intravedere la possibilità di un cambio di rotta. Forse saranno proprio loro, nel 2027, a rimettere al centro un vero discorso de architectura e a smentire queste righe, restituendo alla Biennale la capacità di generare un conflitto e produrre una discussione. Ma finché questo non accadrà, la Biennale continuerà a mostrare soprattutto l’eclissi dell’architettura, più che la sua aurora.

©Eugenio Lux 
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