Milano, città-albero
Quel che mi piace di Milano è principalmente lo scheletro. Lo scheletro, quello su cui poggia il corpo. Lo scheletro di una città è fatto forse da un invisibile genius loci e poi dalla sua struttura. Il genius loci di Milano è quasi sempre invisibile tranne quando viene ferita, un po’ come succede alle ossa. Ci sono sempre ma ci vogliono grosse botte o ferite per sentirle. Ci vuole un Leoncavallo sgomberato – e certo è un osso il Leoncavallo – perché scendano in piazza migliaia di persone. Ci vuole il Covid perché facciano capolino tutti i centri sociali, i circoli arci, le associazioni, si mettano tutti d’accordo nel giro di un pomeriggio nonostante le incomprensioni e antipatie ataviche e per tutta l’emergenza diano vita a Brigate volontarie che provano a dar da mangiare a tutte le fasce più vulnerabili della città.
Ma di questa Milano, di questo genius loci, si parla spesso. Qui voglio parlare dell’altro aspetto che mi piace di questa città e che la sorregge invisibilmente: la struttura, o in altre parole la mappa.
Alla mappa di Milano penso spesso quando da casa vado in ufficio. Se pedalo lungo via Lomellina, che poi diventa Aselli e infine Teodosio, un tetto di rami e foglie mi ripara dal sole e dalla pioggia per tutto il tragitto. Me ne accorgo in inverno, quando riesco ad arrivare al lavoro semi-asciutta con solo una kway a coprire me e il mio zaino. E soprattutto d’estate, perché in un’ondata di calore quelle strade sono una zattera d’ombra. Il sole scroscia sull’asfalto solo agli incroci, per il resto i profili di alberi e palazzi coprono ogni cosa e se alzo gli occhi il cielo è verde di foglie, gli alberi creano archi che uno dopo l’altro mi proteggono e lasciano respirare, e pedalare, e forse se non ci fossero loro non riuscirei tutti i giorni, di pioggia o di calore, ad arrivare in bici fino al mio ufficio, forse desidererei una macchina e forse la mia macchina renderebbe quest’aria ancora più calda.
La città in cui pedalo è stata disegnata circa 150 anni fa’.
Nel 1884 il Comune di Milano chiese all’ingegnere e architetto Cesare Beruto di preparare un piano regolatore per la città: Milano aveva bisogno di espandersi, ma c’era da arginare gli interessi dei privati. La speculazione edilizia aveva già colpito: solo pochi anni primi per esempio la Banca di Credito Italiano aveva demolito il Lazzaretto per costruire e vendere nuovi immobili, la tensione fra pubblico e investitori privati cresceva. Si parlava persino di abbattere il Castello Sforzesco, con la scusa di migliorare la viabilità. L’obiettivo era costruire a più non posso, dappertutto, con meno regole possibili. Per fortuna il Ministero della Pubblica Istruzione si mise di traverso, spronò il Comune a reagire e il Comune incaricò, appunto, Beruto.
Cesare Beruto era capo dell’Ufficio tecnico comunale, era al servizio della città da quasi vent’anni, la conosceva bene, ci era nato e ci sarebbe morto il 22 maggio del 1915, proprio un giorno prima che l’Italia entrasse in guerra. Negli anni Ottanta dell’Ottocento aveva quasi quarant’anni, era insieme competente e radicato nel territorio. Soprattutto, ed è questo il punto, aveva il bene comune come scopo. Fece il suo lavoro secondo la sua idea di mondo, costruì il progetto con tecnica e cuore. Gli interessava che la città interna ai Bastioni comunicasse con quella che più disordinatamente si era formata all’esterno e per prima cosa fece sostituire alle Mura Spagnole una cintura alberata, che circondava la città delimitandone l’espansione. Lo chiamò “doloroso sacrificio”: un sacrificio lo fa una comunità, il dolore lo prova ciascuno sulla propria pelle. Lo scopo però era aprire, unire il dentro al fuori, avvicinare la periferia al centro e il centro alla periferia.
Disegnò viali concentrici che dessero spazio a grandi giardini fra un blocco e l’altro. E ottenne un grande parco pubblico attorno al Castello Sforzesco che si sarebbe chiamato Parco Sempione. I viali alberati di Beruto sono simili, come idea, alla green belt di Londra: servono a delimitare la città e la rendono più fresca. Il progetto ForestaMi di cui spesso si è parlato si innesta lì, niente di nuovo. Vennero costruiti viali appositamente per dare spazio a quegli alberi. Sono alberi grandi, che proteggono, che fanno respirare. Oltre a unire – la città di dentro alla città di fuori ma anche la città ai campi che la circondavano – quegli alberi servivano a collegare il cemento alla terra con radici che a volte spezzano i marciapiedi ma sono vive, permettono all’acqua piovana di scendere in profondità, evitare allagamenti, raggiungere e ricaricare le falde acquifere, incamerare anidride carbonica, rinfrescare concretamente l’aria. Beruto aveva pensato a tutto: la qualità dell’aria, la frescura d’estate, la gestione delle grandi piogge, la salute della falda acquifera che ci dà gratuitamente da bere, per ora anche in periodi di generale siccità.
Beruto disegnò anche una seconda circonvallazione, sempre alberata, così come i viali più esterni, per esempio via Lomellina. E in mezzo a questi viali alberati, progettò ampi isolati. Ampi, per due ragioni, volle spiegare. Per prima cosa, questo permetteva di edificare lungo i perimetri dell’isolato e garantire così lo spazio per un grande cortile interno. E poi serviva a limitare i margini di speculazione. Per Beruto, piccoli isolati significavano più strade, più lotti vendibili e dunque più profitto per chi costruiva. Eccezioni c’erano: erano le scuole, i mercati, gli edifici pubblici. Ma per il nostro ingegnere, in tema di abitazioni, la qualità della vita aveva a che fare con gli spazi all’aperto: grandi, verdi e condivisi. Il cortile era il luogo dello scambio, dello stare insieme, lì potevano giocare i bambini e le donne stendere i panni o invitarsi a bere il caffè. Lì ci si conosceva, si diventava comunità. Tutte le case di Milano popolari o private che siano, e con poche eccezioni, hanno il cortile. E se pensiamo al doloroso sacrificio delle mura spagnole troviamo, fra il viale più interno e quello appena più esterno, tanti piccoli giardini pubblici.
La città in cui pedalo per andare in ufficio è ancora la città di Beruto, una città pensata per impedire attivamente la speculazione e per il bene comune, per stare bene, insieme, protetti dagli alberi. Nelle radici di Milano, nel suo scheletro, c’è una scelta politica. E ha la forma di un albero.
«La pianta della nostra città, in piccola scala, presenta molta somiglianza colla sezione di un albero; vi si notano assai bene i prolungamenti e gli strati concentrici. È una pianta assai razionale che ha esempio nella natura: non si è fatto quindi che darle la voluta maggiore estensione» scriveva l’ingegnere nel suo Progetto del Piano Regolatore della Città di Milano.