Collana àmbiti: N.01_Architettura italiana. Tra continuità ed eclettismo

Ph. Gabriele Di Virgilio

di Maria Masi

Negli ultimi anni si è progressivamente diffusa, all’interno della ricerca architettonica e teorica, la pratica di avanzare per glossari, vocabolari, repertori di parole-chiave, tentativi di nominare e circoscrivere campi di senso prima ancora che di definire posizioni o genealogie disciplinari. Molte ricerche contemporanee sembrano muoversi proprio in questa direzione, assumendo la costruzione linguistica preliminare come condizione necessaria del lavoro critico. Non si tratta soltanto di una questione terminologica, ma della volontà di dotarsi di uno strumento operativo, capace di rendere praticabile un territorio complesso e instabile come quello dell’architettura contemporanea.

Nel contesto italiano, Sara Marini ha a lungo e in modi differenti fatto del glossario uno strumento ricorrente di indagine. Nel 2019, con Teorie dell’architettura. Affresco italiano, proponeva un’operazione che appare, almeno in prima istanza, affine a quella che oggi offrono Damiano Di Mele e Valerio Paolo Mosco con Àmbiti. Architettura italiana. Tra continuità ed eclettismo, nel comune tentativo di restituire la complessità del panorama architettonico italiano.

Nel caso dell’Affresco italiano, la metafora pittorica suggeriva un paesaggio teorico osservato senza una direzione preordinata e senza pretese di completezza: una porzione che si dà allo sguardo pur nella consapevolezza della sua parzialità. Tuttavia, pur sottraendosi a ogni ambizione esaustiva, l’operazione manteneva una struttura precisa, fondata sui lemmi e dunque su un tentativo esplicito di stabilire un terreno comune di intesa attorno alle parole. Il glossario funzionava come dispositivo di orientamento condiviso, capace di tenere insieme la pluralità degli sguardi entro una griglia linguistica riconoscibile.

Ph. Gabriele Di Virgilio

Nell’operazione di Àmbiti. Architettura italiana. Tra continuità ed eclettismo, al contrario, le parole attorno a cui ci si muove non sono lemmi in senso stretto. Esse si configurano piuttosto come keywords, termini intenzionalmente meno stabilizzati, pensati per offrire costellazioni di prospettive più che definizioni condivise. Gli ambiti non chiariscono, ma orientano; non chiudono il discorso, ma si offrono come bussole per attraversare un territorio che si rivela spesso contraddittorio, personale, fugace. In questo senso, la parola non serve tanto a fissare un significato quanto ad attivare un movimento del pensiero. L’ambiziosa volontà di tracciare un quadro dell’architettura italiana si scontra così con l’andirivieni delle ricerche che ne costituiscono il tessuto, spesso fortemente individuali e difficilmente riconducibili a una sintesi unitaria. L’architettura in Italia appare meno come un sistema coerente che come un campo attraversato da traiettorie molteplici, talvolta divergenti, in cui continuità ed eclettismo non si escludono ma coesistono in tensione.

Del resto, come chiarisce efficacemente l’editoriale del volume, il termine stesso ambito implica un’idea di movimento. Amb-ire significa andare attorno, girare, cercare: non delimitare un campo una volta per tutte, ma esplorarlo per approssimazioni successive. L’ambito non è dunque un perimetro stabile, bensì uno spazio attraversabile, definito più dal gesto del muoversi che dalla fissità dei confini. I contributi raccolti nel volume non sono dunque lemmi ma itinerari e, coerentemente, non cercano un ordine alfabetico o sistematico. Si tratta di otto racconti autobiografici, nei quali ciascun autore attraversa il proprio ambito espressivo e figurativo di riferimento per mezzo di una narrazione in prima persona che si offre come un frammento della complessità degli ambiti dell’architettura italiana, qui non categorie astratte ma territori vissuti, praticati e messi alla prova nel tempo. Ciò che si delinea è una mappa provvisoria di pratiche, sensibilità e immaginari. Gli ambiti non vengono ordinati né ricondotti a una sintesi superiore e l’eclettismo evocato dal titolo emerge come una coesistenza di binomi in tensione, che non si risolvono ma convivono: da un lato il tema del fare insieme, il lavoro condiviso, il concorso come spazio di confronto, la dimensione collettiva del progetto; dall’altro la questione dell’autorialità e dell’isolamento, di un’autonomia che non è mai data una volta per tutte ma che viene continuamente rimessa in gioco, misurando la postura autoriale anche con le esigenze della committenza, tra adattamento ed espressività. Analogamente, da un lato la composizionedall’altro il progetto come processo affidato al movimento, all’attraversamento e all’esperienza. E ancora, in maniera dichiaratamente esplicita, le coppie architettura/struttura, architettura/macchina. Ma, in tutti i casi, coppie continuamente rinegoziate all’interno della pratica progettuale che non può che registrare uno stato temporaneo del discorso.

Ph. Gabriele Di Virgilio

Eppure, a ben pensarci l’idea stessa di ambito porta con sé una contraddizione strutturale, una dicotomia. Se da un lato l’ambito è pensato come campo aperto, mobile, attraversabile, dall’altro esso rischia inevitabilmente di diventare una cristallizzazione di un certo immaginario di riferimento, una lente attraverso cui rileggere retrospettivamente pratiche e posizioni. Il volume sembra muoversi consapevolmente anche dentro questa tensione, senza cercare di risolverla. Gli ambiti non vengono presentati come stagioni concluse o come categorie storicizzate, ma come traiettorie ancora attive. Questa posizione si manifesta ancor più nella scelta di configurarsi non come un volume isolato, ma come l’avvio di una collana editoriale – àmbiti – diretta dagli stessi Damiano Di Mele e Valerio Paolo Mosco ed edita da Libria. L’annuncio di Àmbiti N.02. Sguardi sull’architettura italiana oggi conferma infatti la natura processuale, suggerendo un progetto editoriale pensato come dispositivo aperto.

Tale apertura si ritrova anche nella forma dell’oggetto libro. Sebbene l’indice presenti gli ambiti in ordine alfabetico, i contributi sono effettivamente offerti secondo un montaggio che alterna testi, fotografie, schizzi degli autori e citazioni che irrompono nel discorso. L’oggetto editoriale è esso stesso un montaggio: una rilegatura a vista tiene insieme voci che parlano in contemporanea di sé e si sovrappongono – composizione, realismo magico, autorialità, antropologia, struttura, adattabilità, macchina, romanticismo – a sistema in una elegante sovraccoperta verde. Il libro diventa così parte integrante del discorso critico, restituendo in forma materiale l’idea di compresenza, intreccio e tensione tra ambiti, ma anche quella di una brossura non conclusa, che sembra sempre ammettere la possibilità di allegare un sedicesimo, una nuova voce, una rinnovata prospettiva.

Ph. Gabriele Di Virgilio